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La Civiltà del Fiume – La grande alluvione del 1882 (8)

“Oltre centomila persone rimasero per qualche mese accampate sugli argini … coperte di stuoie e mantenute dalla carità pubblica…” Gustavo Bucchia (1810/1889) docente Ingegneria e Architettura Università di Padova, senatore italiano)

L’alluvione del 1882 (17 – 18 settembre 1882) fu un evento disastroso che colpì le provincie di Verona e Rovigo, e il comune di Cavarzere. 

Il 15 settembre la piena dell’Adige aveva già provocato gravi danni a Verona: già dai primi giorni di settembre 1882, il livello dell’acqua dell’Adige andava ad aumentare sempre di più a causa delle abbondanti piogge.  I venti caldi che soffiavano sulle montagne, inoltre, sciolsero le precoci nevicate  che si erano avute. I residenti sulle case in riva al fiume perciò furono preparati ad affrontare la piena ma non la portata che questa avrebbe avuto. Si provvide infatti a rinforzare gli argini. Il 14 settembre fu il giorno più pauroso. Molti molini ruppero le catene con cui erano stati precedentemente assicurati e furono trascinati dalla corrente. Uno andò a schiantarsi contro il Ponte Nuovo, abbattendolo.Il 17 settembre oltre i due terzi di Verona erano sommersi dall’acqua; le barche non riuscivano nemmeno a passare sotto gli archi di porta Borsari. A Ponte Pietra l’acqua aveva raggiunto l’altezza di 4 metri e 50 sul segnale di guardia, mentre la stima della velocità della corrente era di 20 km all’ora.

Tra le cause della violenta piena, le modifiche del tracciato del fiume in territorio trentino, realizzati durante la costruzione della ferrovia del Brennero, e la sistemazione di molti torrenti che aumentarono la velocità dell’onda di piena. Si parlò anche di lavori agricoli che avevano modificato l’idrografia del fiume a monte della città.

Il 17 settembre alle 3 e 30 l’Adige ruppe gli argini in riva destra a Boschetto di Angiari, a 100 chilometri dal mare Adriatico. Le acque disalveate devastarono le campagne della bassa veronese e del Polesine fino a riversarsi nel Tartaro-Canalbianco provocando le rotte a Bergantino, Zelo (Giacciano con Barucchella) e Frassinelle Polesine. I veneziani (che governarono il Veneto fino al 1815),  al verificarsi delle inondazione a sud del Canalbianco, tagliavano immediatamente gli argini alla Fossa Polesella. Il Genio civile di Rovigo procedette, invece, al taglio della Fossa solo il 30 settembre, nel frattempo tutto il territorio dalla grandi Valli Veronesi fino alla Fossa si era completamente allagato. Furono 39 i comuni devastati.

Immediata e fondamentale la mobilitazione dell’esercito. I morti, in conseguenza del crollo di alcune abitazioni furono 11, ma non esiste una stima per il numero di vittime dirette o indirette.

Il 27 settembre la città  fu visitata dal re Umberto I, arrivato da Roma per rendersi conto della catastrofe e per portare conforto alle popolazioni;  seguì in battello il corso dell’Adige, passando per i comuni disastrati del fiume, come attesta la stampa dell’epoca.

In seguito alla conseguente carestia  63 000 persone emigrarono in America del Sud ; furono anche poste le basi per il movimento conosciuto come della  “Boje”. Particolarmente concentrata nel Polesine la causa di questa rivolta fu l’inondazione dell’Adige e di altri fiumi nel settembre del 1882. La provincia orientale di Rovigo fu particolarmente danneggiata e circa 70.000 contadini rimasero senza asilo. La conseguente annata registrò scarsissimi raccolti e la fame colpì pesantemente la classe rurale polesana e la convinse all’inizio della mietitura del 1884 ad attuare forme di violenza che fino a quel momento non si erano conosciute nella zona.

 

A ricordo della catastrofe, fu posta una lapide nel portico della Rotonda a Rovigo, dove molti sfollati dalle campagne furono temporaneamente alloggiati nei giorni seguenti all’alluvione, e sul campanile della chiesa di Cavarzere.

A ricordo è rimasta anche questa poesia di tradizione popolare:

 

“Nel mileotocentoeotantadò

xe capità ‘na inondassion,

’na inondassion cossì granda

che no ghi n’ capitarà mai più!

E l’aqua la ièra tanta

che ‘a fasea paura

che gnànca la questura

no’ ‘a gà potuo fermar

E l’aqua la ièra tanta

che ‘a fasea corente

che gnànca co’ le barche

no’ se podea starghe da rènte

E Re Umberto,

cari compatrioti,

al vedère ‘sto disastro

el gà fàto ‘e lagrime ai oci

E anca i preti e i frati

co’ ‘e so’ benedission

no’ i gà potù far gnente

par quéla inondassiòn

O Vergine Santissima,

abiàte di me pietà

se anca qualche volta

me gò imbriagà!

I mulini sul fiume Adige (9) nel prossimo articolo della “Civiltà del Fiume”

 

 

 

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Buon anno! Cosa riserva al mondo il 2020 che si affaccia …?

… prima di tutto i temi ambientali … 

la COP26, il prossimo vertice delle Nazioni Unite sul clima, si terrà dal 9 novembre nella città di Glasgow (in Scozia): si  dovranno rivedere al rialzo le promesse di tagli alle emissioni di CO2, per cercare di rimanere entro 2 °C al massimo (meglio 1,5 °C) di riscaldamento globale dall’era pre-industriale.

  A ottobre 2020 la Cina ospiterà il vertice delle Nazioni Unite sulla biodiversità con l’obiettivo di rallentare il collasso e l’emorragia di specie a cui assistiamo senza intervenire; tra i provvedimenti in discussione ci sarà l’estensione della superficie di Terra da considerare area protetta, dal 15% attuale al 30%.  

La FAO ha lanciato oggi l’Anno internazionale della Salute delle Piante (IYPH): aumentare la consapevolezza globale su come proteggere la salute delle piante può aiutare a porre fine alla fame, ridurre la povertà, tutelare l’ambiente e dare impulso allo sviluppo economico. Le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo. Ogni anno fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti, con  milioni di persone ridotte alla fame e gravissimi danni all’agricoltura. 

Il settore energetico farà un balzo in avanti a luglio con le Olimpiadi di Tokyo 2020, durante le quali il gigante automobilistico Toyota dovrebbe presentare il primo prototipo di un’auto alimentata a batterie agli ioni di litio a stato solido.

… un 2020 a tutta scienza …

a luglio la NASA lancerà Mars 2020 , l’erede di Curiosity che cercherà tracce di vita microbica e della passata abitabilità di Marte, oltre a testare alcune tecnologie per il futuro delle missioni umane nello Spazio profondo. 

Su Marte dovrebbe approdare anche il rover marziano europeo Rosalind Franklin di ExoMars 2020 . A luglio o agosto dovrebbe partire alla volta di Marte anche il primo lander cinese destinato al Pianeta Rosso, Huoxing-1, che libererà un piccolo rover sulla superficie.

E poi ci sarà Hope, un orbiter degli Emirati Arabi Uniti che sarà lanciato dal Giappone nell’estate 2020 e che dovrebbe raggiungere Marte nove mesi più tardi.

La Cina invierà sulla Luna la missione Chang’e-5, la prima a riportare sulla Terra campioni lunari dopo oltre quattro decenni (l’ultima fu la sonda sovietica Luna 24, nel 1976).

  La nave giapponese Hayabusa 2 è già in viaggio verso casa con a bordo i campioni dell’asteroide Ryugu, mentre la sonda della NASA OSIRIS-REx dovrebbe, nella seconda metà dell’anno, prelevare campioni di roccia dall’asteroide Bennu. Il gigante dentro casa. 

Per il 2020,  con le potenzialità della collaborazione del telescopio Event Horizon, sbirceremo SagittariusA il buco nero che si nasconde al centro della Via Lattea.

 

… gli anniversari più significativi del 2020 …

 

130 anni dalla morte di Edwin Hubble, l’astrofisico e astronomo che ha individuato Andromeda, un’altra galassia.

200 anni dalla nascita Anne Bronte, una delle sorelle scrittrici dell’epoca vittoriana.

150 anni dalla morte di Charles Dickens, il celebre scrittore inglese. 

100 anni dalla nascita di Gianni Rodari, scrittore italiano conosciuto come autore di letteratura per l’infanzia

500 anni dalla morte di Raffaello, uno dei maggiori artisti del Rinascimento Italiano.

250 anni dalla nascita di Beethoven, genio dell’opera e della musica classica. 

100 anni dalla nascita di Matisse, l’esponente principale dell’espressionismo francese

 

… gli Stati dove si svolgeranno importanti elezioni …   Novembre: elezione del Presidente USA- Marzo: elezioni in Israele – Iran

 

 

 

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La Civiltà del Fiume – Canapa, vele e cordami, le risaie : Alvise Mocenigo (7)

Un altro Alvise, questa volta dei nobili Mocenigo ramo San Samuele, segnò la cultura del fiume a Piacenza d’Adige. La sua era una famiglia di patrizi: nacque a Venezia nel 1760, figlio di Alvise V e Chiara Zen e nipote di Alvise IV, doge della Serenissima. In campo politico ricoprì fra gli altri gli incarichi di  savio alle Acque , savio di Terraferma, capitano e vicepodestà di Verona  e, a Udine, luogotenente della patria del Friuli. Dopo la caduta della Repubblica di Venezia si dedicò all’amministrazione del suo vasto patrimonio e, tra Fossalta e Fratta di Portogruaro, nel 1800 decise di edificare Alvisopoli all’interno di un vasto latifondo di famiglia di proprietà dal ‘600 sul modello urbanistico e sociale della tradizione greco-romana quale esempio di città agricolo-industriale ma anche intellettuale.

Una volta sperimentato questo modello, Alvise si ripropose di riprodurre qui, nelle sue proprietà bonificate di Valli di Piacenza d’Adige,  il modello agronomico da lui realizzato su vasta scala in Friuli per incrementare non solo la produzione agricola ed industriale ma anche il benessere materiale, culturale e sociale degli abitanti.

Si era appena completata nel 1783 la rettifica dell’ansa dell’Adige e la costruzione di un argine contenitivo, nota come Volta di Piacenza, attorno alla quale sorgeva l’abitato. Per raccogliere le acque della rotta si scavò il Canalazzo (rintracciabile nell’attuale strada che porta al ponte di Pilotto). La volta antica ora è la Golena di Piacenza d’Adige. La famiglia dei Mocenigo ramo San Samuele, presenti qua fin dalle prime bonifiche costruironoo il palazzo che sorge sulla Frattesina,  la barchessa, le boarie, le abitazioni dei dipendenti, persino la chiesa (1695), e per volontà del cardinale Gregorio Barbarigo, il conte aveva il diritto di approvazione e rimozione del sacerdote. Le tradizionale attività agricole, oltre a frutta e allevamento di bestiame,  erano le fiorenti coltivazioni di canapa (che fornivano i cordami e vele per tutte le imbarcazioni della Serenissima, oltre a lenzuola, biancheria, stuoie ) dei màsari del Fiumicello e della Cavariega. Venezia intensificò notevolmente la produzione di questa pianta facendo costruire opere idrauliche idonee, obbligando i Mocenigo e gli altri nobili patrizi proprietari, a far   selezionare accuratamente il prodotto dai contadini. I più complicati erano i processi di macerazione della fibra di canapa che doveva essere separata dalla parte legnosa, e di vitale importanza erano i mulini che agivano sulle acque di macerazione che venivano mandate nello scolo Vampadore.

 

 

Tramite l’impiego di tecniche innovative Alvise Mocenigo inserì, come aveva fatto ad Alvisopoli, la coltivazione del riso, che veniva lavorato in un piccolo opificio a  e arrivava via Adige a Venezia per il consumo. 

Alvise Mocenigo sposò nel 1786 Lucia Memmo (figlia di Andrea che fu  Provveditore straordinario di Padova dal 1775 e volle  la trasformazione dell’area di Prato della Valle, facendo edificare l’anello di statue con fossato, che da lui prese il nome di Isola Memmia). Da Lucia e da un colonnello austriaco nel 1799 a Venezia nacque Massimiliano Cesare Francesco Il conte Mocenigo, spesso assente da casa per i numerosi impegni istituzionali e di gestione delle tenute di famiglia, venne a sapere della sua esistenza solo nel 1803; decise di riconoscerlo anteponendo ai suoi nomi di battesimo, quello di Alvise, come consuetudine nella sua famiglia.

Alvise Francesco divenne così l’unico erede del conte Mocenigo (essendo morto in tenera età il suo unico figlio e che aveva solo un’altra figlia naturale, intraprendendo una brillante carriera come ufficiale di cavalleria nell’Impero Austriaco, diplomatico e incaricato d’affari nell’Assia-Kassel. Si preoccupò anche di rilanciare le numerose tenute del padre putativo ad Alvisopoli e quelle di Piacenza. Fu presidente dell’Ateneo Veneto di Venezia e del teatro La Fenice. Morì nel  1884 a Venezie e sepolto ad  Alvisopoli. 

Alvise Francesco, come si legge in una   sua supplica presso la Camera Aulica di Vienna, datata 12 novembre 1842 scrive: “istituimmo vastissime risaie, erigendo sontuose fabbriche, introducendo macchine nuove per trebbiare il riso e per innalzare e scolare le acque. Si assicurò un perenne lavoro a centinaia di braccia e fece diminuire d’assai il numero dei delitti e delle gravi trasgressioni che purtroppo in quella parte del Distretto di Este si annoverano ogni anno”.

La grande alluvione del 1882 nel prossimo articolo della Civiltà del Fiume

 

 

 

   

 

 

 

 

 

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La Civiltà del Fiume – Caterina e Alvise Cornaro: il Cinquecento a Piacenza d’Adige (6)

Nel 1405, dopo le dominazioni degli Estensi (dal 1056) dei Dalla Scala (fino al 1318) e, ultimi, i Da Carrara, i territori dell’allora denominata Villa Placentia passarono con la vicina Este sotto la giurisdizione della Repubblica Veneta, i cui podestà risiedevano a Castelbaldo.

La grande bonifica avviata nel 1558 prosciugò, come raccontato negli articoli precedenti, il cosiddetto Lago di Vighizzolo: esso comprendeva i territori attuali di Santa Margherita d’Adige, Megliadino, Vighizzolo, parte di quello Ponso e, appunto, Piacenza precisamente nella località che ancor’oggi si chiama Valli. Le ricche famiglie veneziane acquistarono i terreni asciutti e gli abitanti divennero piano piano braccianti o lavoratori forzati e cooptati nei lavori di bonifica. Non ci fu un arrecato benessere da questa invasione di nobili neo imprenditori agricoli, tranne, ovviamente, per gli stessi nuovi proprietari terrieri. I Contarini, i Cornaro, i Morosini, i Dolfin, i Querini e i Mocenigo costruirono qui i loro palazzi per la villeggiatura estiva, tutti contornati da muri e siepi, spesso direttamente affaccianti sull’Adige o sui canali della Frattesina. Nel periodo estivo, infatti,  risalivano da Venezia a Verona e scendevano l’Adige, una vera strada “liquida” con “restare” (punti di stazionamento) per i “burci”, i barconi usati per il trasporto fluviale. I burci scendevano l’Adige con la corrente ma dovevano poi risalire la corrente verso Verona trascinati da buoi o cavalli.

Caterina Corner ritratta nella vedovanza

Il palazzo detto “Rosso”, antica villa di villeggiatura e di caccia dei conti Cornaro, che sorgeva sulla strada che porta alla frazione di Balduina (abbattuto a metà dello scorso secolo per far posto ad alcune case), dava direttamente accesso al fiume. Persino la regina di Cipro, Caterina Cornaro (Venezia 1454/Asolo 1510) figlia di Marco ramo Corner di San Cassiano,  pare soggiornasse nel palazzo di famiglia. Venezia fu generosissima con Caterina, di ritorno il 6 giugno 1489 dopo 16 anni  in Cipro, tributandole un’accoglienza immensa. C’era anche il Bucintoro, dove la regina prese posto vicino al Doge, Agostino Barbarigo. Dopo un forte temporale, ma di breve durata, il corteo, accompagnato dal suono delle campane si recò in processione nella Basilica di San Marco dove venne celebrato un solenne pontificale e dove Caterina rinnovò la rinuncia alla corona di Cipro in favore della Serenissima. Da allora ogni anno il 5 di settembre a Venezia si festeggia con la Regata Storica il ricordo di tale accoglienza.

Un altro Cornaro (o Cornèr) famoso per le nostre zone  è Alvise noto come Luigi (Venezia forse 1484 – Padova 1566), che studioso e mecenate di scienziati e artisti, tra cui il Ruzante e  il Falconetto. Naque da Antonio di Giacomo, discendente del doge Marco Cornaro,  e Angeliera Angelieri,  omonimo dello zio materno  Alvise, da cui si trasferì a cinque anni e che gli lasciò in eredità, nel 1511 alla sua morte, case e proprietà terriere sparse tra Este e Chioggia.  Ebbe così la possibilità di dedicarsi a studi di agricoltura, idraulica e architettura. Costruì ville  e altri edifici (compresa l’Odeo e la Loggia Cornaro, pensati per la musica ed il teatro), si dedicò a molte opere di bonifica  nei territori di sua proprietà, in special modo dighe e canali  per controllare le acque al fine di estendere le zone coltivabili.  Le sue attività e gli spostamenti per seguire i lavori di bonifica nelle sue terre della Bassa Padovana gli fecero scrivere nel suo trattato “Discorso sulla vita sobria”:

  – sono così agile che posso ancora cavalcare e salire ripide scale e pendii senza fatica. Sono di buon umore e non sono stanco della vita. Mi accompagno ad uomini di ingegno, che eccellono nella conoscenza e nella virtù. Quando non posso godere della loro compagnia, mi do alla lettura di qualche libro ed alla scrittura. –

 

foto del libro di Milena Manfrin “Piacenza d’Adige nel tempo”

 

nel prossimo articolo (7) La Civiltà del Fiume: Canapa, vele e cordami, le risaie – Alvise  Mocenigo

 

 

 

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La Civiltà del Fiume – La bonifica delle zone del Medio Adige (5)

La bonifica del Gorzon fu sicuramente la più imponente attuata dalla Serenissima, che prese avvio con l’insediamento a Este di uno dei tre Provveditori del Magistrato alle Acqua della Repubblica. Le spese a cui i Veneziani dovettero far fronte erano elevate, ma l’incremento del valore dei terreni risanati superava la tassazione imposta dagli amministratori, anche per via di varie esenzioni fiscali di cui erano beneficiari.

I lavori di bonifica delle paludi dei cosiddetti laghi di  Vighizzolo, Vescovana, Cuori, Griguola e Grotaro, presero avvio nel 1558 da est  con il taglio dell’intestatura dell’argine del Gorzone nell’odierna zona denominata Taglio di Anguillara; tale primo intervento fece già defluire verso il mare le paludi di Griguola e Grotaro. L’ultimo atto fu la realizzazione del sottopasso delle Tre Canne che permise la formazione dell’asta Fratta-Gorzone delineando il doccione di sgrondo dell’ultima grande palude, il lago di Vighizzolo.

Testimone di questa grande opera della Serenissima Repubblica è il grande Retratto del Gorzon, un’ opera cartografica cinquecentesca ritrovata rocambolescamente all’interno di una trave di un’edificio comunale di Stanghella  (attualmente Biblioteca e Museo Civico Etnografico) a seguito di un importante restauro nei primi anni ’70. Il Retratto è un minuzioso documento catastale in scala 1:10.000, in pertiche padovane, composto da 121 rettangoli di carta fissati su lino, e che misura 7950×3385 mm. Rappresenta ogni particolare, ogni possedimento, ogni paese o agglomerato di case e che certifica come si presentava tutto il territorio che va da Montagnana ad Anguillara Veneta, dopo il 19 settembre 1545 (anno del decreto del Senato Veneto), ma che sicuramente era un documento che risaliva a prima del 1509 (lo si deduce dal fatto che nel disegno che rappresenta la città di Montagnana, manca il Duomo, eretto sicuramente dopo tale data). La scopo della carta era di catastare, attribuendo colorazioni diverse, le proprietà catalogando le capacità produttive e, quindi diversamente tassabili.

Il nuovo assetto determinò un cambiamento violento di un habitat mantenuto sostanzialmente intatto dalla lontana preistoria, ridisegnando necessariamente l’assetto economico e sociale di tutta le comunità della Bassa Padovana. Dopo la bonifica , mentre nobili e ricchi proprietari che già traevano profitto dalla pesca, dall’allevamento di bestiame o dai terreni a frutteto, ebbero severi contraccolpi economici, altri invece si insediarono nelle zone restituite dai Veneziani all’agricoltura.  La famiglia veneziana dei Cornaro, nella zona di Piacenza d’Adige, fu una di queste ….

   

Caterina e Alvise Cornaro: il Cinquecento a Piacenza d’Adige nel prossimo 6′ articolo sulla Civiltà del Fiume

 

 

Cartolina del Retratto del Gorzon (Museo Etnografico di Stanghella):

l’attuale golena dell’Adige a Piacenza d’Adige come si presentava nel ‘500, prima della bonifica

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La Civiltà del Fiume – Le bonifiche dal Basso Medioevo al Cinquecento (4)

Già dal XII e XIII secolo abbiamo notizie di interventi compiuti al fine di togliere acque stagnanti dai terreni per riconvertirle a colture produttive. I primi in assoluto furono i monaci benedettini dei monasteri di Santa Giustina in Padova che, ricevute molteplici donazioni da parte di vescovi patavini e grandi famiglie feudatarie, avviarono le prime opere idrauliche su terreni ubicati sopra il livello del mare. Avvenne che nel XVI secolo i possedimenti dei monaci avessero raggiunto l’estensione di circa diecimila campi padovani (circa 3.860 ettari) nei territori dei canali Liona, Siron, Seonega, Gorzon e Arnalda. Anche un’altra grande Abbazia padovana, S. Maria di Praglia, dopo essersi aggregata a S. Giustina nel 1448, e i canonici regolari di Candiana e dai frati di Bagnoli, si spesero nelle bonifiche di consorzi come l’antico Ottoville risalente al 1100 (quattro vlle padovane e quattro vicentine), il Bacchiglione-fossa Paltana a sud di Padova (XIII secolo) e Valdentro (1405).

Ancora agli albori del XVI secolo i corsi d’acqua scorrevano liberi nell’entroterra veneziana, la terraferma veneta appariva come una “pianura liquida” che brillava al sole come un immenso grande lago, osservandolo da alture e torri. I terreni paludosi dei laghi di Vighizzolo, Anguillara, Vescovana o Cuori erano visti dalla nascente potenza della Serenissima (che resse i territori veneti e lombardi dal 1405 al 1797) come luoghi infruttuosi e che necessitavano di sviluppo per le necessità e i commerci interni ed esteri della Repubblica marinara. Su deliberazione del Consiglio dei 10 furono eletti nel 1501 tre Savii alle acqua che avrebbero dovuto avere il compito di revisionare i titoli di legittimo possesso e godimento,ordinare la distruzione di opere arbitrariamente eseguite e imporre sanzioni ad ogni abuso e compromissione dei territori dei Veneziani, in pratica la nascita del Magistrato alle acqua. Nel 1505 venne istituito il  Collegio alle Acque , nel 1545, a seguito di un anno dal clima inclemente e di scarsi raccolti, si decretò l’elezione di “tre Provveditori sopra i loci inculti del dominio e sopra l’adacquazione dei terreni”.

Finalmente, nell’ottobre del 1556 vennero impartite dal Senato Veneto precise disposizioni al Magistrato ai Beni Inculti per rendere produttivi vari terreni desolati nella Repubblica, fra quell’anno e il 1558 istituiti 9 consorzi: Gorzon Medio, Gorzon Inferiore, Lozzo, Cavariega, Brancaglia Inferiore, Gorzon Superiore-Frattesina, Retratto-Monselice. Valcinta, Valgrande, Cuoro, Retratto Monselice-Vampadore, Palù-Catajo.

                                                          Ma quando ebbe avvio la vera e propria bonifica delle zone del Medio Adige e perchè …? nel prossimo 5′ articolo sulla Civiltà del Fiume

 

 

 

 

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La Civiltà del Fiume – Il complesso delle Paludi fra Montagnana e Anguillara Veneta (3)

L’areale del fiume Adige  è interessata da forti sequenze di materiali alluvionali derivati in gran parte dall’erosione degli accumuli morenici, a motivo delle diverse glaziazioni succedutesi nel Quaternario. Prima del 589 il suo corso dalla sorgente in Val Venosta passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant’Elena e Solesino. Ma, a seguito del ” … diluvio d’acqua che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè … il livello dell’Adige salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno a Verona, anche una parte delle mura della stessa città fu distrutta dall’inondazione …” come ci racconta nella sua Historia Longobarda Paolo Diacono, il  17 ottobre 589  si verificò la disastrosa Rotta della Cucca (l’attuale Veronella) con un’alluvione che causò grosse perdite di vite umane, animali e campagne e borghi ridotti in rovina. L’Adige abbandonò l’antico corso e si spinse molto più a sud in corrispondenza dell’antico alveo del Tartaro attraversando Legnago, lambendo Villa Bartolomea e Castagnaro.

Inoltre fra il VI e l’VIII secolo un peggioramento delle condizioni climatiche e la scarsa manutenzione di fiumi e canali, a seguito della caduta dell’Impero romano d’Occidente ridussero il territorio padovano e soprattutto quello che si estende da Montagnana ad Anguillara Veneta, una cosiddetta pianura liquida.  Vi erano grandi paludi a nord dell’Adige : il lago di Vighizzolo (comprendente i comuni di Piacenza d’Adige, Vighizzolo, parzialmente Ponso e S.Margherita), il lago di Cuori (Solesino), della Griguola (esteso nei comuni di Stanghella, Boara Pisano, Anguillara Veneta e Pozzonovo)  e  di Vescovana per un totale di 38830 campi padovani (3862.5 mq) ovvero per quasi 150 milioni di mq.! La zona era pescosissima e fruttava agli abitanti anche proventi per l’allevamento del bestiame, della vendita dei prodotti dei frutteti e i filati derivati dalla canapa (le cui fibre vanno ammollate a lungo prima di poterle rendere vendibili).

Come fu che di queste paludi non rimangono ormai che degli argini e dei canali …? nel prossimo 4′ articolo sulla Civiltà del Fiume

 

 

 

Retratto del Gorzon (museo civico Stanghella)

 

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La Civiltà del Fiume – I Paleoveneti (2)

Al di là delle leggende, certamente i Veneti antichi si sono insediati tra Adige, Brenta, Piave, Tagliamento e Pò  perché era un territorio fertile. Ricco d’acqua, pianeggiante, quindi con vie agevoli di accesso fluviali e terrestri adatte al prosperare dell’economia familiare e degli scambi e commerci. I migranti che giunsero nell’area veneta dalle regioni nord-orientali, erano più probabilmente piccoli gruppi di colonizzatori piuttosto che un’ingente massa di popolazione. 

I nuovi colonizzatori si saranno certamente sovrapposti alla popolazione nativa, ovvero gli Euganei preindoeuropei di cui sono state trovate tracce che risalgono già  a 35.000 anni fa. Il territorio alla sinistra dell’Adige, nell’età del Rame e del Bronzo,  fu infatti caratterizzato dalla presenza di diversi insediamenti, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici concentrati soprattutto fra gli attuali comuni di Solesino, Stanghella e Pozzonovo. Tra questi il più importante è il villaggio sito in località Selva di Stanghella – risalente al 2500 a.C. circa e abitato per più di mille anni, a oggi la principale stazione neo-eneolitica-Bronzo rinvenuta in Veneto – nel quale (a seguito di lavori di sbancamento dell’alveo del Gorzone) sono stati ritrovati 23  inumati adulti, sia maschi che femmine, e 5 bambini o fanciulli. Il ritrovamento (visto che le ossa erano poste alla base dell’orizzonte torboso, a contatto con il sottostante limo argilloso) fa ipotizzare un insediamento golenare, dove il ristagno dell’acqua avrebbe creato uno strato di torba. Il pavimento in terra battuta delle capanne era probabilmente ricoperto di foglie e gli inumati si travavano sotto il pavimento, in posizione ranicchiata, a creare quasi una comunione reale tra i vivi che abitavano ancora il luogo e i loro morti.

Ma come è stato possibile scoprire un insediamento golenale in piena pianura …? continuate a seguire “La Civiltà del Fiume” nel prossimo articolo (3)

 

 

immagini  “Museo Civico di Stanghella”

 

 

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